martedì 26 aprile 2011

moth

è l'aria della sera ad essere fredda. giornata senza sole ed il primo acquazzone primaverile è durato otto minuti. otto. sempre tanta scena per niente. io ho freddo mi tremano le spalle mi fanno male le ginocchia, esco con pantaloncini e cappuccio e burial. nuvole di fumo, tabacco rimasto in tasca troppo tempo. respiro male con l'addome tirato ma vedo la seconda lucciola dell'anno, otto centimetri sopra l'erba alta.

venerdì 22 aprile 2011

lettiera per conigli

sono le tre ed ascolto l'inizio di un pezzo dei the saddest landscape dalle cuffie appoggiate nel cassetto e mi sembra bullwinkle dei centurians, che poi su youtube sbagliano tutti e chiamano loro centurions e la canzone zed's dead. tutta colpa di tarantino. le mie mani odorano di ammoniaca da svariate ore nonostante i lavaggi e Il Fatto quotidiano è una pessima lettiera per conigli. (no, non me lo ricordavo davvero il titolo)

serratura

c'è sempre meno luce nella stanza mentre tramonti dietro un francobollo. mi domandavo spesso come riuscissi ad essere te, dicevi quelle cose e credevo tu mi scambiassi per qualcuno di migliore. lo stomaco sottosopra ed un nodo in gola, ho perso il sole ed i pensieri con scritto il tuo nome ma è ora chiudere le finestre o l'inverno entrerà senza bussare.

Filial

"I want your mistakes,
what we were,
what I was,
what I'll be,
what we'll see"

mercoledì 20 aprile 2011

stupidi quattordicenni smettetela di leggere bukowski

il telefono suona
e ancora scuse ancora anche stavolta.
cerco incidenti
per dar le colpe agli altri
colpe,
non ne hai mai avute.
dico che non mi interessa
ma mi dici sempre di non mentirti
in fondo non ho mai imparato
a farlo.
la strada, gonfia,
siamo in mille per te
una settimana di ritardi in tutto.
arrivo
un bicchiere vuoto
la sala è vuota
solo un uomo al tavolo n.5

guardo
il bicchiere
la sala
l'uomo,
mi rattristo e mi siedo e mi bevo
e penso che non dovrò scusarmi domani.

bagagli

me ne stavo lì a guardarti partire/ solo un'ora ancora, solo un'ora ancora/ le tue valige così pesanti affondano nel suolo/ sono piene di me e tu lo sai/ tu lo sai e l'hai sempre saputo ma sei brava a fingere/ inciampo nelle parole che ho da dirti ma/ sta piovendo su di me e tu sei un fiume/ mi argini/ preferendo essere travolti piuttosto che sfiorati/ mi accarezzi il viso e non mi guardi/ cosa significano i tuoi occhi ora?

martedì 19 aprile 2011

random powerviolence II

another night without sleep
i'm drowning in shit
the doubts, the questions
the gray rain in me
the lost good intentions
all i tried to be
but in the end
it's nothing
like ever
but in truth i say
i'm nothing
like ever

ceramica doc

le intere settimane senza parlare
riprovarci all'improvviso
come il fischio del vento nelle vecchie serrature
ma io parlo una lingua diversa
tu ascolti le parole sbagliate.
prendi i piatti e li lasci cadere
ragnatele di ceramica doc esplodono ai tuoi piedi 

e tu indossi le mie vecchie scarpe.
sono le quattro del mattino la signora del piano di sotto
non sarà felice di noi
non sarà felice per noi.

random powerviolence

the fog inside me
like a cement wall
eat my embraces
in this prison
in this cold, tight cell
i hit the floor
silent open mouth
"why" i write scratchin' my face
i'm burning

specchietto retrovisore

mentre scivoli via veloce
sotto la luce dei lampioni d'inverno
la nebbia e l'acqua al collo

nebbia e alta marea
lo stradone scuro immenso grigio
schiaccia il respiro come
la sciarpa nera
che copre il tuo viso.

tutto il tuo viso.

preferirei essermi svegliato male
stamattina fa freddo, più di ieri.

giovedì 14 aprile 2011

Potrem(mo)


"potrem(mo) guardarci negli occhi
e tenerci per mano
al calare del sole
sul cavalcavia dell'autostrada

potrem(mo) conoscerci e amarci
sorriderci
odiarci
lasciarci
scriverci
innamorarci
guardarci
ballarci
toccarci
cantarci
baciarci
scoparci
rubarci
dimenticarci.

dimenticando i nostri nomi
dopo esserci presentati
restar per ore seduti
all'ombra degli alberi sulla collina
cercando di graffiare
le nuvole con le unghie
contando i capelli
che il vento ci muove
scambiarci i vestiti
ridendo l'uno dell'altra
giurando di non guardare mentendo
mentre ci stiamo spogliando
raccontare storie
episodi di vita
descriverci mostri
immaginandoci eroi
chiederci abbracciati in quale
giorno della settimana siamo nati

 e invece no!
 e invece no!
 e invece no!
 e invece no!
 e invece no!
 e invece no!
 e invece no!
 E INVECE NO!"



Perché forse scrivo solo quando sono sull'orlo di un grattacielo e sento tremare le gambe abbastanza forte da chiedermi, cadendo, se l'abbia fatto volontariamente o abbiano solo ceduto i muscoli.

venerdì 26 marzo 2010

VEGGIE PRIDE, 15-16 Maggio



Uccelli infilzati arrostiscono nelle vetrine. Corpi smembrati guarniscono gli scaffali. Sui ponti delle barche mucchi di pesci si dimenano impotenti mentre muoiono lentamente di asfissia. Negli allevamenti fetidi si consumano delle povere vite. Si tagliano al vivo e senza anestesia becchi, denti, testicoli. Si ingozzano a viva forza oche per ricavarne foie gras. Ovunque circolano camion pieni di condannati a morte. Sono coloro che saranno sgozzati, sventrati e ridotti in pezzi. Durante questo giorno ordinario, coloro che patiscono paura e sofferenza si contano a milioni. In questo paese in pace, la tortura e la morte sono all'ordine del giorno. Se vuoi protestare contro tutto ciò, vieni al Veggie Pride!

giovedì 14 gennaio 2010

La promessa dell'assassino

Giuro, tornerò presto a inondare il blog di racconti da quattro soldi.

Quando ti manca la voglia di fare anche ciò che ti piace preparati a riscaldar le acque della palude dello Stige. Brutta storia l'accidia.

Per ora, tornerò a morire anch'io nell'Inferno di Bosch.

mercoledì 30 dicembre 2009

Unghie nell'animo

andatevene a farvi fottere perbenisti benpensanti falsi amici del cazzo quando servi tutti che accorrono oh io hoquesto problema io quest'altro io non mi so asciugare il culo bagnato mi aiuti VAFFANCULO cazzo! tutti con i cazzi loro e nessuno che si interessa davvero nessuno che oh ma sicuro va tutto bene? come stai? COME STAI CAZZO uno vero non quelle stronzate da ah ciao come stai senti mi serve questo e quello DIOPORCO esistenze inutili che saggrappano a te per restare a galla nella merda così nella merda ci affoghi tu e poi un giorno uoh cazzo, esplodi e la gente si chiede perchè percome percomecazzoèssuccesso beh te lo dico io come è successo, è successo che una persona sopporta sopporta sopporta sopporta sopporta VIVE SOPPORTANDO e non dice mai un cazzo così in un momento un giorno viene fuori una bomba e VAFFANCULO VAFFANCULO VAFFANCULO. no, non capisci tu non capisci tu devi FOTTERTI si muore lentamente si muore lentamente simuorelentamente sopportando ogni cosa. sto cadendo.

giovedì 26 novembre 2009

Aracnofobia

[racconto breve. il finale non convince, come al solito]


Le particelle del suo corpo presero a vibrare mentre l'adrenalina iniziava a scorrergli dentro. Dall'angolo della via i bulbi neri volarono a mezz'aria andando a schiantarsi sul muro opposto. Ricaddero a terra, il fumo iniziò a nascere dal terreno e i preparativi per la guerra si conclusero.
Il freddo gli entrava nelle ossa. I muscoli si muovevano, al ritmo delle urla che lo circondavano, in preda agli spasmi. Cappuccio, felpa, sciarpa e jeans impregnati del sudore partorito nelle ore precedenti. Correre. Nascondersi. Uscire e lanciare, colpire. Correre ancora. Correre. Il boato arrivò, cupo come la notte.
Dalla nube uscì il primo manganello alzato. Scudi, caschi, divise. L'esercito dell'imperatore era partito alla carica, la pesante pioggia non tardò a bagnarlo. I sassi. I tubi. La ferraglia trovata. Ogni oggetto classificabile come contundente stava disegnando mezze circonferenze nell'aria. Foto da prima pagina. Qualche divisa a terra. Un paio di bombe incendiarie abbracciarono il nemico, spettacolo pirotecnico non da poco, niente superpoteri per la Torcia Umana. Svuotò lo zaino colmo di sassi sui servitori e salutò la sua bottiglia vuota regalandole l'ebbrezza dell'ultimo ed unico volo della sua storia. Un paio di divise blu gustarono gocce d'alcol da pochi soldi prima di porgere il capo al suolo.
Vicini. Trenta. Venti. Quindici. Dieci metri. Si voltò e ricominciò a correre, le grida d'insulti si stavano ora spegnendo per lo sforzo centometrista del gruppo. Il sapore d'amaro gli impregnò il palato mentre le sue scarpe pestavano l'asfalto. Il vento in faccia. Gli occhi semichiusi. Lacrime, per lo scontro con il vagone d'aria, ghiacciarono ai lati delle occhiaie. Troppo lavoro e salari inesistenti regalano certi lussi. Il gruppo svoltò. Vicolo interno, stretto, come i tanti della vecchia città, trincea del giorno. Vie ramificate su tutti i lati. Un albero spoglio nel pieno del loro inverno di fuoco. Una ragnatela infinita, cristallizzata dal gelo, tenuta insieme dal timore. Il ragno nella tana. La notte all'orizzonte ed il sole che andava verso la morte mentre l'aria passava al filtro delle gole. Le parole del gruppo venivano assorbite dalle mura, ed i primi corpi cominciarono a tremare. Tornarono a camminare. Stendardi al vento. Cuori e gambe stanche. Il fondo del gruppo era cieco, non vide il velo nero coprire i loro corpi, non poté rendersi conto del mentre, il dietrofront fu comunque inutile.
Il colpo lo sbilanciò, la gamba cedette, non sapeva come si chiamasse quell'osso ma ebbe la certezza che nessun dottore glielo avrebbe più riferito. Pensò piuttosto a quella nuova trovata del Centrale, i servi apprezzarono fin troppo l'idea, quei pochi che dissentirono assaggiarono il gusto del metallo fra i denti. Così gli dissero alle difficili riunioni da scantinato. Calcinacci che volano. Urla che si spazzano. Corpi che cadono. Infine il nulla. Niente sirene, niente gracchio di radio. Neve scura iniziò a scendere.
Il giornalista parla. Sorride. Il volto da checca incravattata sfoggia sorrisi, baci di Giuda. Il giornalista non ha mai iniziato a vivere. Sono stati raccolti i corpi dei ribelli, dice. Congelati, tagliati, archiviati, dice. Spediti ai laboratori del nord, dice. Le voci non risponderanno a quei volti, non risponderanno ai padroni. Le voci sono inutili, spente, mute. Solo le mura sapranno le verità. Le mura parleranno, parleranno per le voci. Respirare vernice causa cancro.
"Uccidete i corpi vivranno le idee".

giovedì 19 novembre 2009

Pianerottoli vuoti

[racconto breve]

Non aveva un bell'aspetto, non ce l'aveva mai avuto da allora. Dopo sette anni di orgasmi artificiali il sole sta calando oltre l'orizzonte del suo sguardo, fiumi di fuoco gli annebbiano la vista, la sua sagoma si perde nelle lande delle eterne nebbie.
Alla morte della madre Will e suo padre dovettero ricominciare, aggrappandosi a tutto, restare in piedi, ma il vecchio cadeva sempre più a fondo nel pozzo. Il figlio lo guardava con occhi vuoti, smise di osservarlo quando la fossa fu abbastanza profonda.
Il vecchio conobbe al bar un tizio, aveva venticinque anni ma ne dimostrava cinquanta nelle sue guance scavate e nelle occhiaie scure, il corpo scheletrico e venoso era una terra secca, arida, scolpita nella roccia, da tempo le acque linfe di vita non ne bagnavano la superficie. Morì due anni dopo il loro incontro, sposandosi alla sostanza la sua essenza svanì poco a poco, l'ultimo tortuoso viaggio si portò via anche lui. Il vecchio non ci pianse su troppo, in effetti lo ha sempre incolpato di essere colpevole della sua medesima scesa in campo. Io non voglio iniziare questo gioco, amico. Io non ho mai voluto, amico. La colpa è solo tua, guardami, sono il tuo riflesso, amico. Ripeteva. Negli ultimi anni si era quasi scordato il volto del suo primo profeta, pur continuando a rimpiangere quei paradisi sfocati a poco prezzo, non smettendo mai di incolpare quel nome ormai in fuga dalla morsa dei ricordi. Il volto solitamente vendeva sostanza davanti alle scuole della città, il volto vendeva merda agli angeli, il volto regalava pezzi di Terra Promessa ai pellegrini ancora esenti di fede.
Il vecchio guardava il ragazzo, il ragazzo la polvere sull'arredo, da tre anni avevano smesso di parlare, di incrociare gli sguardi, più per volere del ragazzo che del vecchio, lo considerava non molto più di quanto tenesse conto del posacenere d'oro, falso, nel salotto. Hai le chiavi? La macchina ha la benzina? Ti ha cercato questo. Ti hanno lasciato quello. Le poche parole che il loro etere concedeva.
Al vecchio lasciavano la sostanza sotto la campana arrugginita davanti la porta dell'appartamento, al ragazzo bussavano per avere autografi su fatture di spedizione per certi libri di medicina. Il ciclo del microcosmo si esaurisce, arenandosi sulle rise dello scorrere degl'anni.
Ora il ragazzo del nuovo vecchio impara a camminare, non lontano dalle prime ginocchia sbucciate. Impara a cadere, impara a rialzarsi, impara a sopportare la vita. Non capirà mai perché il vecchio passa intere notti sul pianerottolo a consumare nicotina, non saprà mai perché il vecchio versa lacrime nere tra il posacenere d'oro e la campana arrugginita.

giovedì 12 novembre 2009

Inferni passati

[con un finale scritto in fretta cercando di schermare i timpani dalle voci esterne]

Si chiuse la porta alle spalle e fece danzare le chiavi, quattro serrature interne e due a muro, sempre stata una persona piuttosto paranoica. Per strada il freddo lo strinse nel suo solito abbraccio invernale mentre i suoi piedi iniziarono a schivare il campo minato di pozzanghere stese al suolo. L'acqua bombardava il lungo impermeabile nero e la sua mente andava naufragando nel caos dei pensieri, immuni dal riflesso delle immagini che gli occhi spedivano al cervello. Continuò a camminare per circa 10 minuti, la testa bassa, il fiato corto, il gelo gli entrava gli entrava nelle ossa ed il capo, zuppo, pendeva in avanti tra i colletti rigidi d'amido della giacca, ma non ci badava, quella era l'ultima delle sue preoccupazioni. Era una vecchia locomotiva fumante, nulla e nessuno l'avrebbero fermato.
Entrò da Joe ed ordinò un doppio whisky, l'impermeabile ancora indosso, una pozza scura sul pavimento del locale mal illuminato, lentamente, prese forma sotto il suo sgabello martoriato da graffi e solchi di chiavi. Joe tirò fuori l'usuale canadese invecchiato dodici anni e riempì il bicchiere, le spesse facce di vetro si colorarono del classico marroncino annacquato figlio delle lande nebbiose di tanti anni d'alcolismo. Bevve il primo senza troppe esitazioni e non ci fu bisogno di chiedere ancora che il suo piccolo pozzo del vizio si riempì nuovamente del distillato di piacere, da tempo immemore erano ormai grandi amici. I pensieri, dopo il secondo bicchiere, iniziarono a stabilizzarsi, a prendere forma, mettendosi in riga nelle lunghe autostrade della sua mente, ne approfittò per pensare prima che i fiumi dell'alcol l'assorbissero completamente nella loro morsa di perfetti amanti. Pensava a lei, pensava a come avrebbe potuto, pensava alle possibilità, allo scorrere del tempo, ai momenti passati insieme, gli infiniti istanti degli abbracci, le carezze sul viso prima di lasciar vincere il sonno, le ciocche di capelli mosse dal vento, aveva paura. Sentiva il terrore di perderla muoversi dentro il suo corpo, scalciare l'anima, tormentare i pensieri; non poteva succedere, non l'avrebbe permesso, sapeva come vincere e non avrebbe lasciato andare il suo corpo giù nelle tenebre di quel lago scuro, senza fondo. Era al centro del campo adesso, stava lanciando la battuta della vittoria, l'errore non era concesso. Nell'istante in cui realizzò la sua nuova strategia d'attacco dall'impermeabile cadde l'ultima goccia di vita rappresa sul pavimento, annegato in quella pozza di pioggia acida morente. Ora sapeva, sapeva e si aggrappò con tutte le forze alla sua illuminazione, si sentiva un Buddha da supermercato in una terra ormai a lui aliena. In quell'attimo vide l'inferno dondolarlo tra le sue braccia, in quell'attimo cominciò la sua fuga, correva, correvano tutte le sue preoccupazioni, correvano verso la vita. Pagò, salutò Joe e uscì. La pioggia lo stava ora baciando in volto mentre l'orologio dei suoi giorni iniziò a correre più veloce di sempre, i secondi non erano mai stati così veloci.
Di mattina il terreno ancora umido si stava sciogliendo sotto il sole ed i suoi amanti in bottiglia bruciavano sul selciato, erano anni che la sua bocca non gli regalava un vero sorriso. Iniziò a camminare sentendo i suoi pensieri ardere, mentre ogni cosa intorno a lui tornava a prendere forma, smettendo di nascondersi, come si era nascosto lui stesso per tanto tempo.
L'esterno della casa era tappezzato di colori, le finestre addobbate, i fiori, come pronti all'evento, tornavano ad aprirsi dopo la tempesta. Sui palloncini le mani d'una persona infinitamente stanca avevano scritto "auguri Alice", inconsapevoli del loro vicino risorgere. Salì il primo gradino, poi il secondo, cos'era? Paura? Non si rispose. Le nocche andavano a lanciarsi verso la porta quando sentì nascere il pensiero, terra all'orizzonte del naufrago, e conquistare le mura del baluardo della sua mente. "Auguri piccola, auguri piccolo tesoro mio, papà è tornato".

26 April 2007

Is Aleph.

domenica 8 novembre 2009

Pi

Ringraziamo Aronofsky.